Moralisti cupi in cerca di Cav. estinto
Arrivare allo Smeraldo di sera una volta ci voleva una vita, col traffico. Adesso con l’area C sembra sempre Ferragosto, cantieri aperti e nessuno che prende più la macchina, anche da fuori in venti minuti arrivi, col largo anticipo che si addice alle grandi occasioni. E invece eccola già tutta lì, già ordinatamente piena, la platea di Libertà e Giustizia. Sono arrivati presto, ché poi la sera, è il loro brand, presto si coricano.
17 AGO 20

Arrivare allo Smeraldo di sera una volta ci voleva una vita, col traffico. Adesso con l’area C sembra sempre Ferragosto, cantieri aperti e nessuno che prende più la macchina, anche da fuori in venti minuti arrivi, col largo anticipo che si addice alle grandi occasioni. E invece eccola già tutta lì, già ordinatamente piena, la platea di Libertà e Giustizia. Sono arrivati presto, ché poi la sera, è il loro brand, presto si coricano. Soffuso brusio da sala d’aspetto, niente slogan, zero striscioni, niente più erinni-sandwich a vendicare il corpo delle donne, al bar del foyer tutti che chiedono il decaffeinato. Per essere un compleanno, il decimo di Libertà e Giustizia, non sembra una festa. Un funerale neanche, sarà che manca il morto. Piuttosto uno di quei cocktail cinerari per il caro estinto, quelli in cui si parla dei bei tempi quando eravamo tutti vivi. Ma ci vuole l’animatore turistico per tirar su la platea, per creare il clima.
L’animatore del villaggio Zagrebelsky si chiama Lella Costa, brava è brava, ha l’ingrato compito di declamare il manifesto “Dipende da noi”, di trasformare i concetti in slogan, farli sembrare vivi (“questo è bellissimo, lo rileggo proprio”), e tirare l’applauso. Ma lo Smeraldo è pieno di cani di Pavlov, l’applauso scatta solo quando riconoscono le parole magiche. “Corruzione”, “rischio golpe”. Non che manchino concetti magari più attuali, la supplenza del governo tecnico, dissociarsi e riconciliarsi. Ma non è roba da spellarsi le mani. Meno male che arriva Giuliano Pisapia (“Il più bel sindaco d’Italia”) per far scattare la standing ovation, finalmente qualcuno da festeggiare.
E se non fa allegria Lella Costa, figurarsi Concita De Gregorio. Tutta seria, quasi cupa, gli occhiali sul naso, la voce bassa, lievemente autoritaria. Punitiva. Se chiudi gli occhi pensi a Maria De Filippi. Ma anche se li apri. “Io so distinguere tra i politici mascalzoni e quelli mediocri”. Beata lei. Poi ci fa la raccolta differenziata. Conosce anche “la brutta versione della macchina del fango”. Insomma gli innominati con disgusto che non riescono a credere che “non siamo qui al servizio di una parte”. I mascalzoni che “pensavano che LeG servisse da trampolino politico per CDB”. E invece no, CDB “credo sia qui in platea” (ma va là?), “non è mai entrato in politica”.
Per essere una festa del trionfo della dea ragione dopo la rivoluzione, manca la testa da infilare in cima alle picche. E Monti, “ah Monti ci ha tolto da quella situazione, quella che c’era prima”. “Rispetto a un anno fa…”. Curioso uso, insistito, della figura retorica della reticenza, il tabù da mai nominare. E tuttavia. “Tuttavia…”, dice Concita. “Ma…”, dice Sandra Bonsanti. “Certamente…”, dice Gustavo. Come ci si sente a una festicciola reticente? Come ci si veste? Che cosa si dice? Finalmente ci pensa Pisapia a rompere l’incantesimo, a dire la parola indicibile: “Attenti, perché Berlusconi non è andato via, sta lavorando, e gli italiani hanno la memoria corta”. Finalmente qualcuno l’ha detto, e allora anche Concita può dirlo: “Mi ha sempre insospettito il modo in cui Berlusconi ha lasciato… Non ce la caviamo così a buon mercato”. Insomma tutta una sera a girarci intorno, finché è arrivato Saviano a rompere l’incantesimo: “C’è una grande ansia che il governo sia sotto ricatto”. E a far scrosciare davvero l’applauso, un senso di liberazione.
Eppure, c’era anche il programma. La legge elettorale, la legge anticorruzione, le primarie per tutti. Ma giù le mani dalla Rai e dalla Costituzione. Perché poi questo Parlamento di nominati, mediocri e corrotti (“io mi ricordo chi ha votato per Cosentino e chi no”) debba insaponarsi la corda da solo, ma non si debba azzardare a fare le riforme – pure l’articolo 18 non si tocca, e scatta il boato pavloviano – per far funzionare il sistema politico, risulta un po’ bizzarro da spiegare. E pure Zagrebelsky e Pisapia hanno il sospetto che no, le leggi che piacciono a loro non le faranno.
L’animatore del villaggio Zagrebelsky si chiama Lella Costa, brava è brava, ha l’ingrato compito di declamare il manifesto “Dipende da noi”, di trasformare i concetti in slogan, farli sembrare vivi (“questo è bellissimo, lo rileggo proprio”), e tirare l’applauso. Ma lo Smeraldo è pieno di cani di Pavlov, l’applauso scatta solo quando riconoscono le parole magiche. “Corruzione”, “rischio golpe”. Non che manchino concetti magari più attuali, la supplenza del governo tecnico, dissociarsi e riconciliarsi. Ma non è roba da spellarsi le mani. Meno male che arriva Giuliano Pisapia (“Il più bel sindaco d’Italia”) per far scattare la standing ovation, finalmente qualcuno da festeggiare.
E se non fa allegria Lella Costa, figurarsi Concita De Gregorio. Tutta seria, quasi cupa, gli occhiali sul naso, la voce bassa, lievemente autoritaria. Punitiva. Se chiudi gli occhi pensi a Maria De Filippi. Ma anche se li apri. “Io so distinguere tra i politici mascalzoni e quelli mediocri”. Beata lei. Poi ci fa la raccolta differenziata. Conosce anche “la brutta versione della macchina del fango”. Insomma gli innominati con disgusto che non riescono a credere che “non siamo qui al servizio di una parte”. I mascalzoni che “pensavano che LeG servisse da trampolino politico per CDB”. E invece no, CDB “credo sia qui in platea” (ma va là?), “non è mai entrato in politica”.
Per essere una festa del trionfo della dea ragione dopo la rivoluzione, manca la testa da infilare in cima alle picche. E Monti, “ah Monti ci ha tolto da quella situazione, quella che c’era prima”. “Rispetto a un anno fa…”. Curioso uso, insistito, della figura retorica della reticenza, il tabù da mai nominare. E tuttavia. “Tuttavia…”, dice Concita. “Ma…”, dice Sandra Bonsanti. “Certamente…”, dice Gustavo. Come ci si sente a una festicciola reticente? Come ci si veste? Che cosa si dice? Finalmente ci pensa Pisapia a rompere l’incantesimo, a dire la parola indicibile: “Attenti, perché Berlusconi non è andato via, sta lavorando, e gli italiani hanno la memoria corta”. Finalmente qualcuno l’ha detto, e allora anche Concita può dirlo: “Mi ha sempre insospettito il modo in cui Berlusconi ha lasciato… Non ce la caviamo così a buon mercato”. Insomma tutta una sera a girarci intorno, finché è arrivato Saviano a rompere l’incantesimo: “C’è una grande ansia che il governo sia sotto ricatto”. E a far scrosciare davvero l’applauso, un senso di liberazione.
Eppure, c’era anche il programma. La legge elettorale, la legge anticorruzione, le primarie per tutti. Ma giù le mani dalla Rai e dalla Costituzione. Perché poi questo Parlamento di nominati, mediocri e corrotti (“io mi ricordo chi ha votato per Cosentino e chi no”) debba insaponarsi la corda da solo, ma non si debba azzardare a fare le riforme – pure l’articolo 18 non si tocca, e scatta il boato pavloviano – per far funzionare il sistema politico, risulta un po’ bizzarro da spiegare. E pure Zagrebelsky e Pisapia hanno il sospetto che no, le leggi che piacciono a loro non le faranno.
Così che si intercetta qualche sommesso commento in sala, il cui senso è: ma allora che ci averte convocati a fare, se la testa del tiranno non l’abbiamo mozzata e qui già tira aria di Termidoro? Ahi voglia ad accenderla la platea, con i “dipende da noi”.
Infatti li accende solo Roberto Saviano. Un collega in là con gli anni, quando arriva, chiama la standing ovation pure per il settore stampa. Sono tutti in piedi, il vate si gratta la testa. Inanella una serie di sorprendenti paralogismi sulle mafia e le yakuze, sui soldi illegali che diventano legali e viceversa, a un certo punto si confonde e non sa più quali sono che mettono paura pure a Obama. Insomma il mondo è tutto una mafia e un intreccio di mafie, e ci vorrebbe la legge anticorruzione anche tra marito e moglie, perché “il paese nuovo non ha cacciato Berlusconi: deve ancora cominciare il percorso che romperà con la vecchia Repubblica”. Il tutto un po’ troppo come un filodrammatico. A un certo punto abbiamo seriamente temuto che attaccasse col calciosommesse. Ma c’era lì in piedi, adorante, anche Milly Moratti, e forse non ha osato. In fondo è la bella famiglia della sinistra milanese che lo ha accolto a braccia aperte. Riflessi condizionati. Il problema è di non passare per qualunquisti. Così alla quinta volta che dal palco si sente il bisogno di precisare che “il nostro non è qualunquismo”, la mente vola alle vette della filosofia del Trap: “Non vogliamo uno qualunque per fare del qualunquismo”. Qualunquismo, poi, forse non è la parola adeguata. A star qui seduti in mezzo a tutta questa gente molto educata, di mezza età ma punteggiata da facce giovani sono-appena-rientrato-dall’Erasmus, ma che s’accende di odio appena si evoca Lui, ci si convince quasi che siano davvero migliori. “Ci vuole politica onesta”. Boato. “Vogliamo la competenza”. Boato. Ognuno qui si sente davvero onesto, e ci mancherebbe. Ma pure competente, il che invece è una bella presunzione, mette un po’ a disagio.
Non è che ci si divertano, e non lo fanno con cattiveria. Sono proprio convinti che le cose stiano così. Come Pisapia, che potrebbe ben limitarsi a dire che ha vinto le elezioni e sta governando benone. Invece no, dice proprio che c’è stato “un miracolo”, che la gente di Milano è diventata migliore. Pure i tassisti. Pure gli scontrini, che adesso i milanesi sono felici di rilasciare. Peccato che poi il parcheggiatore ci provi, a non dare lo scontrino (12 euri). Ma forse non è uno di loro. Era uno di quelli di prima, quando qui la zona Garibaldi era il regno di Lele Mora. Adesso invece è tutto un cantiere, i bar chiudono alle undici e il popolo giusto e libero va a casa presto. Consapevole, mostoso. E forse anche un po’ incazzato.
Infatti li accende solo Roberto Saviano. Un collega in là con gli anni, quando arriva, chiama la standing ovation pure per il settore stampa. Sono tutti in piedi, il vate si gratta la testa. Inanella una serie di sorprendenti paralogismi sulle mafia e le yakuze, sui soldi illegali che diventano legali e viceversa, a un certo punto si confonde e non sa più quali sono che mettono paura pure a Obama. Insomma il mondo è tutto una mafia e un intreccio di mafie, e ci vorrebbe la legge anticorruzione anche tra marito e moglie, perché “il paese nuovo non ha cacciato Berlusconi: deve ancora cominciare il percorso che romperà con la vecchia Repubblica”. Il tutto un po’ troppo come un filodrammatico. A un certo punto abbiamo seriamente temuto che attaccasse col calciosommesse. Ma c’era lì in piedi, adorante, anche Milly Moratti, e forse non ha osato. In fondo è la bella famiglia della sinistra milanese che lo ha accolto a braccia aperte. Riflessi condizionati. Il problema è di non passare per qualunquisti. Così alla quinta volta che dal palco si sente il bisogno di precisare che “il nostro non è qualunquismo”, la mente vola alle vette della filosofia del Trap: “Non vogliamo uno qualunque per fare del qualunquismo”. Qualunquismo, poi, forse non è la parola adeguata. A star qui seduti in mezzo a tutta questa gente molto educata, di mezza età ma punteggiata da facce giovani sono-appena-rientrato-dall’Erasmus, ma che s’accende di odio appena si evoca Lui, ci si convince quasi che siano davvero migliori. “Ci vuole politica onesta”. Boato. “Vogliamo la competenza”. Boato. Ognuno qui si sente davvero onesto, e ci mancherebbe. Ma pure competente, il che invece è una bella presunzione, mette un po’ a disagio.
Non è che ci si divertano, e non lo fanno con cattiveria. Sono proprio convinti che le cose stiano così. Come Pisapia, che potrebbe ben limitarsi a dire che ha vinto le elezioni e sta governando benone. Invece no, dice proprio che c’è stato “un miracolo”, che la gente di Milano è diventata migliore. Pure i tassisti. Pure gli scontrini, che adesso i milanesi sono felici di rilasciare. Peccato che poi il parcheggiatore ci provi, a non dare lo scontrino (12 euri). Ma forse non è uno di loro. Era uno di quelli di prima, quando qui la zona Garibaldi era il regno di Lele Mora. Adesso invece è tutto un cantiere, i bar chiudono alle undici e il popolo giusto e libero va a casa presto. Consapevole, mostoso. E forse anche un po’ incazzato.